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sabato 28 gennaio 2017

Lo Sapevate Che: Libertà e Cultura vanno di pari passo...



Che Dire Dei Nostri ragazzi/e in piena adolescenza (14-18 anni) puniti dalla legge con la reclusione per avere commesso dei reati? Da tempo abbiamo superato Lombroso, per il quale si era “delinquenti nati”, e siamo sempre più convinti che devianti si diventi e non si nasca! Eppure… Non sarebbe più corretto punire chi è responsabile della loro mancata educazione al rispetto, al bene comune, alla giustizia? E cioè i loro genitori, insegnanti, preti, educatori tutti? La loro devianza è affermazione di sé, non realizzata nel nostro “fallimentare sistema educativo. E allora con quale coraggio, dopo averli privati delle opportunità educative, continuiamo a punirli con la privazione della libertà? In un carcere, che la nostra stessa Costituzione nel suo art. 27 non propone! Educare non è forse pratica di libertà?
Don Ettore Cannavera  comunitalacollina@tiscali.it

In Occasione Di un incontro a Cagliari sul tema della libertà era parso opportuno abbandonare l’uso di questa parola, molto affascinante quando viene impiegata nel suo isolamento, ma difficile da reperire nei vari contesti storici e biografici in cui andrebbe opportunamente inserita. In quell’occasione conobbi don Ettore Cannavera, che un giorno decise di utilizzare un significativo appezzamento di terreno collinare, che suo padre gli aveva lasciato in eredità, per costruire un luogo, ricco di attività lavorative, produttive e ricreative, dove fosse possibile offrire un’ultima chance educativa ad adolescenti che avessero commesso reati e perciò puniti con la reclusione. Fu in quell’occasione che nacque un discorso sulla libertà, a cui io personalmente non credo, ma la cosa non è importante, perché decisivo è il fatto che esiste comunque l’idea di libertà. E questa idea ha fatto la storia, perché da essa è nata l’idea di una responsabilità individuale e di conseguenza anche di una punibilità per chi non si dovesse attenere alle regole condivise. Va da sé che lo spazio della libertà è direttamente proporzionale al livello culturale di cui dispone ciascun individuo, a partire da dove è nato e cresciuto, dalla famiglia che ha avuto, dalle scuole che ha frequentato, dalle opportunità che, a partire da queste premesse, si sono per lui dischiuse. Ricordo il caso di una sentenza molto lieve emessa da un giudice tedesco a proposito di un sardo, il quale, dopo aver abbandonato la sua vita da pastore nella sua terra d’origine, si era trasferito in Germania a fare l’operaio in un’industria automobilistica, dove aveva commesso il reato per cui veniva giudicato. Il giudice tedesco disse che non era possibile applicare meccanicamente la pena prevista per quel reato senza tener conto del grado di libertà dell’imputato, che era da considerarsi proporzionale alle sue condizioni di provenienza. Si parlava di un uomo cresciuto nella solitudine dei monti, con uno scarso livello culturale, che da un giorno all’altro era venuto a trovarsi in terra straniera, dai costumi radicalmente diversi da quelli in cui era cresciuto. La sentenza a fece discutere, e venne discussa anche dai sardi che, giustamente per come era stata formulata, si sentirono offesi. In realtà questa sentenza non faceva che applicare il principio aristotelico per il quale: “Dal momento che la legge è una norma universale, quando la si applica ai casi particolari va corretta con l’equità, che in molti casi è migliore della giustizia, perché corregge la legge là dove essa fa un’omissione a causa della sua universalità” (Etica a Nicomaco, 1173b). Se riusciamo a cogliere il nesso tra libertà e il grado di formazione, allora anche la punibilità deve misurarsi sul grado di formazione, che scopriamo essere alla base della convivenza civile e delle regole che la governano. E’ possibile che di questo nesso, oltre che la giustizia, si renda conto anche la scuola? E una buona volta capisca l’importanza dell’educazione la quale, a differenza dell’istruzione che si limita alla trasmissione di competenze, affina la percezione della differenza tra il bene e il male, amplia lo spazio della libertà intesa come possibilità di scelta, induce la responsabilità come capacità di rispondere delle proprie azioni, in quanto consapevolmente compiute. Su questa strada la giustizia ha già iniziato a incamminarsi da tempo, mentre la scuola ha abbandonato questa strada che per prima aveva aperto, per ridursi a mera valutazione di prove oggettive, dove la soggettività dello studente, non essendo oggettivamente valutabile, è del tutto trascurata, senza che molti insegnanti abbiano la più pallida consapevolezza di avere smarrito così la ragione vera della loro professione.
umbertogalimberti@repubblica.it  - Donna di Repubblica – 21 gennaio 2017 

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